domenica 18 maggio 2014

COME ELIMINARE LA STANCHEZZA E RITROVARE LA VOSTRA ENERGIA

8 persone su 10, prima o poi si lamenteranno di stanchezza. Di solito, questa è un fenomeno transitorio normale che cede con il riposo. Se duraturo, prende il nome di astenia o di sindrome da affaticamento (o stanchezza) cronico e può avere origini multiple come mancanze in vitamine e minerali, intolleranze alimentari, disordini del metabolismo glicemico, una malattia misconosciuta, inattività fisica, sforzi eccessivi e altri ancora.

La stanchezza si presenta con sintomi allo stesso tempo d'ordine fisico e psichico. È un fenomeno fisiologico normale e momentaneo. È causata da un lavoro eccessivo o uno sforzo intenso. Si accompagna a sensazioni sgradevoli o penose che cedono con il riposo. Si traduce classicamente in disordini dell'appetito e del sonno, vuoti di memoria, disordini del comportamento (apatia, aggressività).

L’astenia, all'opposto della stanchezza, è senza legame diretto con uno sforzo particolare. Inoltre, non diminuisce, o diminuisce incompletamente con il riposo. È definita da una sensazione d'esaurimento pronunciata, duratura e generalizzata. Può essere organica e si incontra in un grande numero di malattie (infezioni, tumori, disordini endocrini, insufficienza cardiaca, sindrome depressiva…). Generalmente, in tre casi su quattro, è funzionale e deriva da un surmenage. 

L’astenia è un segnale d'allarme che si inizia attraverso le vie neuronali specifiche del sistema reticolare attivatore (SRA). Quest'ultimo agisce a livello dei meccanismi della motilità, della memorizzazione, della percezione sensoriale e dell’attivazione della corteccia. A livello cellulare si verificano molteplici disfunzioni: rallentamento della sintesi delle proteine, diminuzione di attività del ciclo di Krebs che interviene nella produzione d'energia, e un accumulo di rifiuti, in particolare, sotto forma d'urea.  La sindrome da affaticamento cronico (stanchezza cronica) venne battezzata negli Stati Uniti come la malattia "degli Yuppies" e viene definita da una stanchezza continua e che perdura da oltre sei mesi che non trova sollievo nel riposo e rallenta l'attività quotidiana. Le sue cause sono dipendenti da molteplici fattori e sicuramente trascurate, poiché anche questa situazione clinica è molto probabilmente da assimilare a uno stato d’infiammazione cronica di basso grado che rallenta le attività metaboliche ed è associata a uno stile di vita da correggere.

L’ATP energia della vita


L'energia è necessaria a tutti i livelli del nostro essere. Nelle cellule, è utilizzata per fabbricare nuove proteine, fornire sostanze nutrienti ed espellere i rifiuti cellulari, riparare le lesioni del DNA, sintetizzare neurotrasmettitori. A livello organico, il cuore utilizza l'energia per pompare il sangue, i reni per filtrare i rifiuti pur riciclando sostanze nutrienti, il cervello per condurre gli impulsi elettrici, i polmoni per aspirare l'ossigeno ed espellere il diossido di carbonio. Generalmente, l'essere umano utilizza l'energia per andare, correre, parlare, tagliare legno, fare il giardinaggio o lavorare su un computer.  In tutti i casi, la fonte d'energia è identica: è la bioenergia della molecola di ATP o adenosina trifosfato, l'energia universale della cellula. L’ATP è l'energia della vita e senza essa, non c'è vita. Quando i livelli di ATP sono bassi, l'energia è debole.

Dall'alimentazione all'energia

L’ATP non arriva tutto con i prodotti alimentari che assorbiamo. Ciascuna dei trilioni di cellule che compongono il nostro organismo deve generare il suo ATP a partire dalla digestione degli idrati di carbonio, dei grassi e degli aminoacidi forniti dall'alimentazione.  Dopo la loro digestione/assorbimento, con lo stomaco e l'intestino in salute e la loro successiva trasformazione da parte del fegato, le molecole di glucosio, di acidi grassi e di aminoacidi sono trasportate attraverso la circolazione sanguigna verso trilioni di cellule morte di fame. Sono impazienti di convertirli in ATP del quale cellule ed organi hanno bisogno per alimentare ciascuna delle loro attività.  Le cellule "bruciano" inizialmente il glucosio e gli acidi grassi per fabbricare dell’ATP. Ma gli aminoacidi, particolarmente l'alanina e gli aminoacidi collegati, possono anche essere utilizzati come combustibile nel corso di esercizi intensi, di lavoro fisico difficile, di carestia o anche, tra i pasti, nei periodi in cui la glicemia è bassa.  Una volta all'interno delle cellule, queste molecole di combustibile sono trasformate attraverso tre cicli di produzione di ATP-energia intrecciati. Il primo ciclo è quello della glicolisi. Questo ciclo in nove tappe "brucia" soltanto il glucosio ed è diretto da enzimi del citoplasma delle cellule.   Se una molecola di glucosio è metabolizzata in presenza d'ossigeno (glicolisi aerobica), allora ne produce due di ATP e, in più, due prodotti "bonus" che fungeranno in seguito da combustibile produttore di ATP nei due prossimi cicli: il ciclo di Krebs o ciclo dell'acido citrico e la catena di trasporto di elettroni. Se il glucosio è metabolizzato in mancanza d'ossigeno (glicolisi anaerobica), una molecola di glucosio genera allora due molecole di ATP-bio-energia e due molecole d'acido lattico, "rifiuti" capaci di causare "l'ustione del muscolo" e il rossore della pelle associati all'esercizio intenso. Il primo prodotto "bonus" è costituito da due molecole di NADH, la forma di coenzima ridotto (ricco in energia) della vitamina B3, che fabbricheranno sei molecole di ATP per trasformazioni successive attraverso la catena di trasporto di elettroni. L'altro prodotto "bonus" è il piruvato.

Può in seguito essere convertito dal complesso multi-enzimi piruvato-deidrogenasi in acetil-CoA, il combustibile d'avviamento del ciclo di Krebs/acido citrico. A sua volta, quest'ultimo nutre la catena di trasporto degli elettroni con ancora più NADH. Se ogni tappa dei tre cicli intrecciati dell’ATP funziona perfettamente (ciò non avviene sempre), in presenza di quantità adeguate d'ossigeno, una molecola di glucosio può, prendendo avvio nella glicolisi aerobica, portare alla generazione finale di 38 molecole di ATP.

Stimolare i livelli d'energia ATP

Nei tre cicli dell’ATP, le vitamine B1, B3, B5, l'acido alfa-lipoico e il coenzima Q10 fungono da coenzimi. Altre vitamine come le vitamine B6, B12 e l'acido folico sono utilizzate per trasformare diversi aminoacidi in modo che possano essere bruciati nei cicli della glicolisi e di Krebs.  Esistono vari mezzi per lottare contro la stanchezza. Uno di loro è quello di aumentare la produzione di ATP nutrendosi adeguatamente e prendendo supplementi nutrizionali che stimolino le vie metaboliche di produzione dell’ATP.  

L'acido lipoico è una parte essenziale del complesso enzimatico che nutre l'acido piruvico del ciclo di glicolisi a quello di Krebs. Senza acido lipoico, non ci sono ATP prodotti dal ciclo di Krebs o dalla catena di trasporto di elettroni. Se è presente in quantità insufficiente a livello cellulare, non ci sarà abbastanza ATP nelle cellule. 

Il coenzima Q10 (vedi questo blog) è un antiossidante potente che facilita molti processi metabolici e, in particolare, quello della formazione dell’ATP. Quasi tutte le cellule dell'organismo ne contengono. Ma il coenzima Q10 è particolarmente concentrato nei mitocondri, la regione cellulare in cui l'energia è prodotta.  È assolutamente vitale per l'energia cellulare.  Quando una molecola di glucosio è metabolizzata dalla glicolisi aerobica ed i cicli di Krebs, soltanto quattro molecole di ATP sono prodotte direttamente. Il loro principale contributo consiste nell’inviare del NADH (coenzima B3 ridotto) e del FADH2 (coenzima B2 ridotto) nella catena di trasporto di elettroni, dove cinque enzimi complessi li utilizzeranno per produrre 34 altre cellule di ATP.  Come quelli di altre sostanze prodotte dall'organismo, i livelli di CoQ10 diminuiscono con l'età. Benché si trovi del CoQ10 in prodotti alimentari come il salmone, il fegato o la carne, l'alimentazione sola non basta ad attenuare questa diminuzione.  Essendo CoQ10 implicata nella produzione di ATP, è ovvio che un declino della produzione di quest’antiossidante potente può rovesciare il sistema di produzione d'energia dell'organismo.  
In uno studio relativo a venti donne affette da sindrome da affaticamento cronico e a venti soggetti di controllo, in buona salute, l'80% delle motivazioni per spiegare la sindrome da stanchezza cronica era costituito da un difetto in CoQ10. Questi livelli rimanevano ridotti dopo un esercizio fisico anche di debole intensità o dalle attività normali di un giorno.  
Dopo tre mesi di supplementazioni con 100 mg al giorno di CoQ10, i pazienti affetti da sindrome da stanchezza cronica avevano raddoppiato la tolleranza all'esercizio fisico. Lo stato di salute di tutti i pazienti era migliorato. I sintomi erano diminuiti o completamente scomparsi nel 90% dei soggetti.  La stanchezza che appariva dopo la pratica di un esercizio fisico era scomparsa al 65%.

Idebenone è un derivato sintetico del CoQ10. Vari studi hanno dimostrato che è anche un migliore antiossidante di quest'ultimo e un migliore agente della catena di trasporto degli elettroni.   La somministrazione per via orale di idebenone può preservare l'attività di trasferimento di elettroni nella catena terminale respiratoria dei mitocondri, stimolando così la formazione di ATP.  La NADH (dinucleotide di B-nicotamide ridotta) è uno dei coenzimi più importanti del corpo e del cervello dell'uomo. È formata a partire dalla vitamina B3 (la niacina). È uno dei cinque complessi di enzimi della catena di trasporto di elettroni. È essenziale alla produzione d'energia nel quadro del processo detto di fosforilazione ossidativa. 
Nel 1993, Birkmayer ha utilizzato con successo del NADH per via orale in una prova aperta per trattare 205 pazienti che soffrivano di depressione (essendo la stanchezza uno dei loro sintomi correnti).  Birkmayer pone l’accento sul fatto che una mancanza in NADH avrà per risultato un deficit d'energia a livello cellulare, che si tradurrà con stanchezza.  Purtroppo, i livelli di NADH del nostro organismo declinano con l'età come quello degli enzimi che ne dipendono, in particolare, quelli che sono utilizzati per la produzione d'energia.  Uno studio in doppio cieco, contro placebo, ha esaminato l'utilizzo di NADH in 26 pazienti con una diagnosi di sindrome di stanchezza cronica. Hanno ricevuto ogni giorno durante quattro settimane 10 mg di NADH o un placebo. Otto pazienti su 26 hanno reagito favorevolmente al trattamento contro due su ventisei nel gruppo placebo. 

Carnitina è una sostanza simile alle vitamine B che l'organismo fabbrica a partire dagli aminoacidi lisina e metionina con l'aiuto delle vitamine B3, B6 e C. La carnitina è la sola sostanza che serva al trasporto degli acidi grassi nella matrice dei mitocondri in cui sono convertiti in acetil-CoA, utilizzato per la produzione d'energia mitocondriale.  A causa del suo ruolo importante nel metabolismo muscolare, carenze di carnitina possono perturbare il funzionamento dei mitocondri. Se ciò si produce, possono apparire dopo un esercizio fisico intensivo, sintomi di stanchezza generale accompagnati da mialgia, da debolezza muscolare e da sensazione di disagio. I dati attuali suggeriscono che i pazienti che soffrono di sindrome da affaticamento cronico possono avere carenza di carnitina  Studi clinici che utilizzano supplementi per via orale con 1 g, tre o quattro volte al giorno, di L-carnitina hanno evidenziato risultati contraddittori  probabilmente perché soltanto un terzo dei pazienti risponde alla carnictna  In quelli che hanno risposto, lo stato generale è migliorato in modo stupefacente.

Gli acidi del ciclo di Krebs

L'acido alfa-chetoglutarico, l'acido malico, l'acido fumarico  l'acido succinico, l'acido citrico, l'acido piruvico e l'acido pantotenico sono componenti intermedi che si trovano nel ciclo di Krebs e che sono indispensabili alla generazione dell'energia cellulare. Un supplemento con questi acidi essenziali in presenza di sostanze nutrienti può permettere ad un ciclo di Krebs incompleto di andare fino al suo termine. Ciò può anche prevenire ed eliminare prodotti pericolosi derivati, fabbricati nei mitocondri da una produzione anormale d'energia. L’utilizzo di antiossidanti per proteggere i mitocondri, negli studi cellulari, hanno evidenziato come lo stress ossidativo possa influire sull'attività di enzimi chiave mitocondriali e, conseguentemente, condurre ad un ribasso della produzione di ATP.  Aumentando l’ATP mitocondriale, aumentiamo anche il rischio di lesioni da radicali ossidativi mitocondriali. In effetti, una debole percentuale di elettroni sfugge dal flusso principale della catena respiratoria mitocondriale (la catena di trasporto degli elettroni). È dunque essenziale, quando si organizza un programma serio d'incentivazione dell'energia, integrare anche una gamma di antiossidanti. La loro missione sarà quella di neutralizzare i radicali liberi prodotti dalla catena di trasporto di elettroni prima che si siano diffusi e abbiano potuto causare lesioni importanti al DNA mitocondriale, alle proteine e ai lipidi. Le vitamine E e C, che intervengono una in ambienti acquosi, l'altra nelle membrane cellulari ricche in lipidi, sono importanti, ma non sono le sole. 

Lester Packer uno dei ricercatori specialisti in antiossidanti, ha scoperto una rete costituita di cinque antiossidanti che si rafforzano e si rigenerano l'un l'altro. Si tratta dell'acido lipoico, delle vitamine C e E, del CoQ10 e del glutatione. La NADH è anche un antiossidante potente. Tre dei principali stimolanti del ATP, CoQ10, l'acido lipoico e la NADH, sono dunque anche tre importanti protettivi dei mitocondri contro le lesioni ossidative. Inoltre, supplementi di acido lipoico sono capaci di aumentare del 30% i livelli cellulari di glutatione.

Il ginseng rinvigorisce e fortifica

La commissione E dell'istituto federale tedesco per le droghe ed apparecchi medicali è considerata come la migliore fonte sull'efficacia ed i modi d'utilizzo delle piante e prodotti di fitoterapia. Raccomanda di utilizzare il Panax ginseng "come un tonico rinvigorente e fortificante nei momenti di stanchezza, di astenia, di diminuzione delle capacità lavorative, di diminuzione della concentrazione e durante la convalescenza”. (Bahrke e Al, 2000).  Uno studio animale che riguarda 270 topi ha evidenziato che un estratto di ginseng aumenta la capacità di resistere allo sforzo.  

L'effetto di 1200 mg di un estratto di ginseng è stato valutato nel quadro di uno studio randomizzato in doppio cieco contro placebo su infermieri affaticati da un turno di lavoro di notte. Il trattamento è stato somministrato loro durante i primi tre giorni che seguivano il loro passaggio dal lavoro di giorno alle guardie di notte. La terza notte di guardia è considerata generalmente la più difficile. Una caduta considerevole della vigilanza, dell'energia, delle competenze, dell'attività e della capacità di lavoro si osserva spesso in questo momento. In tre giorni, una quantità quotidiana di 1200 mg di ginseng ha restaurato le loro competenze, il loro umore e le loro prestazioni globali quasi al livello di quelle di un periodo normale di lavoro di giorno. I ricercatori hanno concluso che il ginseng aveva un effetto antifatica. 

Uno studio, realizzato da un gruppo di ricercatori dell'università di Buenos Aires, in Argentina ha seguito 50 persone raggiunte della sindrome da stanchezza cronica. Questo stato si traduce in una sensazione di stanchezza intensa, malessere generale, fino alla depressione, cui possono essere anche associati vari sintomi come mal di gola o di testa, riduzione dell'appetito, dolori muscolari. Sono stati trattati con ginseng. Nella maggioranza dei casi, lo stato dei pazienti è chiaramente migliorato e molti sintomi sono diminuiti.

Un ruolo per alcuni minerali

Il magnesio è un minerale utilizzato da ogni cellula dell'organismo che partecipa al metabolismo dell'energia e alla sintesi delle proteine. 
Un articolo in The Lancet ha riportato uno studio randomizzato e in doppio cieco, controllato contro placebo che riguarda 20 pazienti raggiunti della sindrome da stanchezza cronica. Si è constatato che i soggetti malati avevano basse concentrazioni ematiche di magnesio rispetto ai soggetti di controllo. In una prova clinica, 32 pazienti sofferenti di sindrome da stanchezza cronica hanno ricevuto una volta alla settimana durante sei settimane un'iniezione intramuscolare di solfato di magnesio o di un placebo.  I pazienti trattati con magnesio hanno riscontrato di possedere maggiore energia, un migliore stato emozionale e meno dolori. Le concentrazioni in magnesio dei globuli rossi di tutti i pazienti trattati sono ritornate a valori normali (Cox e Al, 1991).  Anche lo zinco è leggermente deficitario nei pazienti affetti da sindrome da stanchezza cronica. Carenze di zinco possono essere responsabili d'immuno-soppressione e di dolori muscolari e di stanchezza. Tuttavia nessuno studio clinico ha ancora valutato l'interesse di una supplementazione di zinco in questi pazienti. 

Uno studio recente mostra evidenze che donne non anemizzate, ma affette da sindrome da stanchezza cronica potrebbero trarre vantaggi da una integrazione con ferro. Tuttavia, questa integrazione deve essere riservata alle donne con concentrazioni di ferritina basse o al limite. Lo studio clinico ha riguardato 144 donne dai 18 ai 55 anni. 75 fra esse hanno assunto per via orale durante quattro settimane del solfato ferroso (corrispondente ad 80 mg al giorno di ferro) e 69 un placebo. Il livello di stanchezza è diminuito del 29% nel gruppo con terapia marziale contro il 13% nei controlli. L'analisi di un sottogruppo ha evidenziato che la terapia con ferro era stata benefica soltanto nelle donne aventi concentrazioni di ferritina inferiori a 50 microgrammi per litro.

In conclusione: vita sana con quantità di riposo adeguato, attenzione allo stress che va affrontato e non subito, attività fisica moderata e costante e alimentazione corretta e mai troppo abbondante per non affaticare il sistema digestivo sono ottimi strumenti di prevenzione. L'utilizzo corretto di alcuni integratori può essere molto utile, soprattutto alla prima comparsa dei sintomi, senza dover attendere che i nostri sistemi produttori di energia giungano all'esaurimento.


Lathews C & Van Holde K. Biochemistry, Redwood City, CA: Benjamin/Cumming Pub Co. 1990.
Shigenaga M et al. (1994) “Oxidative damage and mitochondrial decay in aging.” Proc Nat Acad Sci USA 91:10771-78.
Pike R & Brown M. Nutrition- An integrated approach. NYC: Macmillan 1984.
Packer L & Tritscler H (1996) “Alpha-lipoic acid: the metabolic antioxidant.” Free Biol Med 20: 625-26.
Packer L & Colman C. The antioxidant miracle. NYC: John Wiley. 1999.
Lebovitz B & Mueller J (1993) Carnitine J Opt Nutr 2: 90-119.
Birkmayer G. NADH. The energizing coenzyme. New Canaan: Keats. 1998.
Kuratsune H. et al. Low levels of serum acylcarnitine in chronic fatigue syndrome and chronic Hepatitis type C, but not seen in other diseases. Int J Mol Med 1998;2:51-56.
Plioplys AV et al. Clinical levels of carnitine in chronic fatigue syndrome. Neuropsychobiology 1997; 35:16-23.



giovedì 10 aprile 2014

VITAMINA B6 E PROTEZIONE DAL DIABETE


Numerosi studi hanno dimostrato che la piridossamina (pyridoxamine) è un inibitore efficace della formazione dei prodotti terminali della glicazione avanzata. Il risultato è che permette di ritardare lo sviluppo di alcune complicazioni del diabete.  
La piridossamina è una delle tre forme naturali della vitamina B6, essendo le altre due la piridossina e il piridossale. Tutte tre differiscono solamente per il raggruppamento in posizione quattro del loro centro. Nel caso della piridossamina, si tratta di un gruppo CH2-NH2, un gruppo aminico. Le tre forme possono essere trasformate in piridossal-fosfato, la forma realmente attiva di vitamina B6. 



I fenomeni della glicazione

La glicazione è una reazione non enzimatica che si produce tra proteine e zuccheri e altera in modo irreversibile la configurazione delle proteine.  Queste proteine alterate, chiamate prodotti terminali di glicazione avanzata (AGE, per Advanced Glycosylation End products), non sono più capaci di svolgere efficacemente il loro ruolo. Gli AGE sono all'origine dei meccanismi d'invecchiamento dell'organismo ma anche di disfunzioni del metabolismo cellulare. L'importanza della formazione di questi composti è fortemente legata alla iperglicemia. 

Il legame del glucosio e di alcuni altri zuccheri con alcune proteine è stato scoperto nel 1912 da un chimico, Louis Camille Maillard. Questa reazione è stata osservata in primo luogo in corso di riscaldamento di prodotti alimentari in presenza di zucchero. È soltanto verso la metà degli anni 1970 che i biologi hanno accettato che queste reazioni di Maillard potevano anche prodursi nell'organismo.  
È un dato ancora più recente il riconoscimento del loro ruolo in alcune manifestazioni patologiche comuni al diabete e all'invecchiamento. Nell'organismo dell'uomo, il complesso zucchero-proteina può iniziare una reazione a catena che arriva, in alcuni giorni, alla formazione di prodotti intermedi reversibili. Questi prodotti, in seguito, si disidratano, si condensano e si organizzano nel corso di alcune settimane per formare composti irreversibili, gli AGE.   La presenza di numerosi AGE determina la formazione di collegamenti incrociati anormali in pazienti diabetici, una fase di reazione degli AGE che danneggia le proteine e altre macromolecole, alterando la loro configurazione molecolare. Altri AGE sono capaci di iniziare diverse risposte dannose dopo essere stati assorbiti da recettori cellulari specifici. Questi prodotti di glicosilazione si accumulano nei pazienti diabetici e le persone anziane, e sono implicati in multiple modifiche fisiopatologiche.

I collegamenti crociati con proteine del collageno contribuiscono in questo modo alla rigidità ed alla perdita d'elasticità dei tessuti, come pure all'addensamento della parete dei capillari che si osservano nel diabete come nel corso dell'invecchiamento. Questa modifica delle proteine è anche implicata nell’opacificazione del cristallino che si produce nella cataratta. La glicazione degli acidi nucleici può essere all'origine di cambiamenti del DNA e altera le sue capacità di replicazione e di trascrizione. La formazione di AGE sui lipidi causa la loro ossidazione, che favorisce così lo sviluppo di lesioni vascolari arteriosclerotiche. 

Inibizione della formazione di AGE

La piridossamina inibisce efficacemente la formazione di AGE che proviene dai prodotti del riarrangiamento di Amadori. Inibisce allo stesso tempo la formazione di AGE e lo sviluppo di complicazioni in modelli animali di diabete. In vitro, la piridossamina inibisce la formazione di AGE e di ALE (Advanced Lipoxydation End-products), come pure la modifica chimica delle proteine in modelli animali di iperglicemia e di iperlipidemia. A differenza di altri inibitori di AGE, la piridossamina inibisce la degradazione dei prodotti di Amadori in AGE.  
Due principali meccanismi sono stati proposti per spiegare la diminuzione della formazione di AGE: in vivo, l’intrappolamento del gruppo carbonilico ed il recupero degli ioni metallici. Si è suggerito che la piridossamina blocchi la conversione dei prodotti di Amadori in AGE interferendo con il ruolo catalitico degli ioni metallici redox necessari alla reazione glicossidativa. Gli scopritori della piridossamina hanno recentemente proposto, secondo studi in vitro, che questo composto blocchi soprattutto la conversione degli intermediari di Amadori in AGE-carbossimetil-lisina. Il meccanismo inibitore implica l'interferenza con il ruolo catalitico degli ioni metalli redox indispensabili in vitro alla reazione di glicossidazione1.  Un'alternativa a questo meccanismo potrebbe essere l’intrappolamento chimico di gruppi carbonilici reattivi di basso peso molecolare prodotti dal deterioramento del glucosio e dei lipidi. 

Inibizione della formazione degli ALE

In vitro, la piridossamina è anche un inibitore efficace degli ALE. Per analogia con il meccanismo precedentemente descritto, si è proposto che l’intrappolamento degli intermediari della formazione degli ALE si produca anche nel quadro delle reazioni d'inibizione della perossidazione lipidica.  Inibitrice degli ALE, in caso d’iperlipemia, abbassa allo stesso tempo i livelli del colesterolo e dei trigliceridi pur prevenendo le modifiche chimiche e i collegamenti incrociati del collageno renale e vascolare nei ratti Zucker obesi e diabetici2. Nei ratti, protegge modifiche patologiche come le neuropatie diabetiche precoci indotte dall'iniezione d'albumina sierica modificata dagli AGE.

Previene alcune complicazioni del diabete

Molti studi preclinici hanno dimostrato che l’assunzione di piridossamina per via orale esercita un'azione favorevole nella prevenzione delle neuropatie nei diabetici di tipo 1 e 2. 

Uno studio ha così esaminato la capacità della piridossamina di proteggere contro lesioni vascolari retiniche indotte dal diabete. Il suo effetto è stato paragonato a quello di due antiossidanti, la vitamina E e l'acido R-alfa-lipoico, in ratti con diabete indotto da streptozotocina. Gli animali hanno ricevuto della piridossamina (1 g/l d'acqua di bevanda), della vitamina E (2 000 UI per kg), dell'acido alfa-lipoico (0,05% per kg d'alimentazione). Dopo 29 settimane di durata della malattia diabetica così indotta, sono stati esaminati nelle retine i cambiamenti anatomopatologici, le alterazioni dell'espressione dei geni della matrice extracellulare e l'accumulo di lisina immunoreattiva. I risultati di quest'osservazioni hanno evidenziato che la piridossamina proteggeva contro tutta una serie di modifiche patogene nella retina diabetica e che quindi potrebbe essere utile nel trattamento della retinopatia diabetica3. 

Nel 2003, negli Stati Uniti, uno studio di fase 2 intrapreso per determinare la sua sicurezza e la sua tolleranza ha fornito osservazioni preliminari sulla sua efficacia in pazienti aventi neuropatie di tipo 1 e 2 con livelli di base di creatinina sierica inferiori o uguali a 2 mg/dl e una proteinuria manifesta. La piridossamina è stata bene tollerata e la percentuale di pazienti che hanno sperimentato incidenti negativi legati al trattamento era debole e comparabile nel gruppo trattato e quello trattato con placebo. Le analisi preliminari d'efficacia hanno segnalato che un aumento della creatinina sierica almeno di 0,5 mg/dl era più frequente nei pazienti sotto placebo (22%) che in quelli che prendono della piridossamina (12%). Analisi posteriori hanno indicato riduzioni significative dell'aumento della creatinina sierica e dell'escrezione urinaria d'albumina nel gruppo trattato4. 

In un altro studio sperimentale, sono stati nuovamente presi in considerazione dei dati preliminari sull'efficacia della piridossamina sul funzionamento dei reni. Il gruppo trattato ha dimostrato una diminuzione di una citochina profibrotica che è stata associata alla glomerulosclerosi.  La piridossamina previene dal 25 al 50% della formazione degli AGE e migliora le disfunzioni renali legate al diabete (migliora l'albuminuria, la creatinina plasmatica e la iperlipidemia). Agisce intrappolando i gruppi carbonilici reattivi evidenziando proprietà di recuperatore di radicali liberi.   

La malondialdeide è un importante intermediario nella formazione degli ALE nel corso della perossidazione lipidica. Uno studio definito per determinare se la piridossamina potesse intrappolare la malondialdeide e così prevenire la formazione degli ALE,  ha chiaramente dimostrato che la piridossamina inibiva la formazione degli ALE attraverso il meccanismo di intrappolamento della malondialdeide che era stato ipotizzato, e questo in condizioni fisiologiche. In questo studio si descrive anche il meccanismo d'azione della piridossamina nella protezione delle proteine contro lo stress da carbonile6. 

Uno studio che riguarda i cristallini di ratti con un diabete indotto suggerisce che la pirdossamina possa inibire la formazione degli AGE nei cristallini di ratti diabetici stimolando l'attività dell'aldoso-reduttasi e reagendo con precursori degli AGE7.  Uno studio recente su un modello di topo di diabete di tipo II ha evidenziato che la piridossamina, utilizzata come unico trattamento, diminuisce la progressione dell'albuminuria e delle lesioni glomerulari. Associata a enalapril, un inibitore dell'enzima di conversione dell'angiotensina, la piridossamina riduceva la progressione delle neuropatie diabetiche e la mortalità8.

In conclusione, l'utilizzo della piridossamina può rivelarsi molto importante in tutte quelle situazioni di prediabete (diabesity) che già evidenziano processi biochimici alterati che porteranno alla malattia vera e propria e alle sue complicanze. Si rivela inoltre molto utile nella malattia diabetica già conclamata soprattutto per le proprietà di protezione vascolare, rappresentando così uno strumento utile nell'evitare la progressione della malattia. Infine, per le ragoni su addotte, è una vitamina anti-age e, come tale può essere considerata anche nell'uso prolungato a scopo preventivo.







1. Voziyan P.A. et al., Pyridoxamine: the many virtues of a Maillard reaction inhibitor, Ann. NY Acad. Sci., 2005 Jun, 1043: 807-16.
2. Metz T.O. et al., Pyridoxamine, an inhibitor of advanced glycation and lipoxidation reactions: a novel therapy for treatment of diabetic complications, Arch. Biochem. Biophys., 2003 Nov, 1; 419(1): 41-9.
3. Stitt A. et al., The AGE inhibitor pyridoxamine inhibits development of retinopathy in experimental diabetes, Diabetes, 51: 2826-2832, 2002.
4. William M., A phase 2 clinical trial of pyridorin in type 1 diabetic patients with overt nephropathy, J. Am. Soc. Nephrol., 2003, 14:7A.
5. McGill J.B. et al., A phase 2 clinical investigation of pyridoxamine in type 1 and type 2 diabetic patients with overt diabetic nephropathy, [abstract] Diabetes, 2003, 53:581.
6. Kang Z. et al., Reaction of pyridoxamine with malondialdehyde: mechanism of inhibition of formation of advanced end products, Amino Acids, 2006 Feb, 30(1): 55-61, e-pub 2005 July 5.
7. Padival S. et al., Pyridoxamine inhibit Maillard reactions in diabetic rat lenses, Ophtalmic Res., 2006; 38(5): 294-302, e-pub 2006 Sep 15.
8. Zheng F. et al., Combined AGE inhibition and ACEi decreases the progression of established diabetic nephropathy in B6 db/db mice, Kidney Int., 2006 Aug, 70(3): 507-14, e-pub 2006 June 14.

lunedì 7 aprile 2014

QUANDO LE PIANTE AIUTANO A PREVENIRE E CURARE IL CANCRO

Conosciuta anche come Dolce Assenzio, Sweet Annie, Felce Dolce, Sweet Sagewort o Assenzio Annuale, l’Artemisia annua è un'erba perenne, resistente, originariamente nativa in Asia ma che ora cresce naturalmente in tutto il mondo [1] [2]. È stata da tempo riconosciuta dalla medicina tradizionale cinese (pinyin: qing-hao) come una pianta utile e il manuale Chinese Handbook of Prescriptions for Emergency Treatments (340 D.C.) già consigliava un tè fatto con le foglie secche come trattamento per le febbri [3].
Come suggerisce il nome di Wormwood (assenzio), la pianta ha avuto un iniziale uso tradizionale come antielmintico – cioè, per il trattamento dei parassiti. L’Artemisia ha un sapore amaro e, per questo, c’è pure una lunga tradizione di utilizzarla in aggiunta a bevande, in genere alcoliche, come il vermouth e il famoso assenzio; da notare comunque che la pianta utilizzata a questo scopo non era l’Artemisia annua, ma l’Artemisia absinthium. L’Artemisia (presumibilmente l’Artemisia absinthium) è stata, apparentemente, anche utilizzata in passato come afrodisiaco, ma dosi elevate presentano effetti tossici spiacevoli e significativi come incubi notturni, convulsioni e anche allucinazioni. Perciò è consigliabile non assumere l’Artemisia in grandi quantità, o per periodi di tempo prolungati [4].
ARTEMISIA – STUDI SCIENTIFICI E RICERCA
Artemisia e Cancro: l’Artemisia annua diventò famosa come possibile erba anticancro nel 2001, quando due ricercatori all’Università di Washington notarono che quest’erba evidenziava un’attività altamente selettiva nei confronti di cellule di cancro della mammella [5].
L’Artemisina e suoi derivati hanno dimostrato di indurre apoptosi delle cellule tumorali della prostata e anche attività contro le cellule di cancro della mammella, leucemia, cancro del colon e altre cellule tumorali. Una serie di studi consistenti e significativi di ricerca, studiando le proprietà anticancro dell’Artemisia annua sono stati quindi effettuati a partire dal 2008 – e i risultati indicano il potenziale di sviluppo di trattamenti terapeutici e preventivi.
Artemisia e Malaria: un recente studio statunitense da Elfawal et al. (2012) ha dichiarato che Artemisia annua può essere un'efficace terapia contro la malaria e può essere considerata una preziosa aggiunta per le strategie di trattamento utilizzati a livello globale nella riduzione della mortalità e morbosità da malaria. L’Artemisinina, che è isolata dalle foglie di Artemisia annua, è oggi il rimedio farmacologico più efficace contro la malaria. Il farmaco è somministrato in combinazione con altri farmaci antimalarici per evitare fenomeni di resistenza, comuni con le monoterapie. Nello studio di Elfawal et al. (2012), l'efficacia di foglie secche della pianta intera (WP) di Artemisia annua, somministrate per via orale è stato paragonato a quello di artemisinina pura in dose paragonabile in un modello su un roditore per la malaria (Plasmodium chabaudi). I risultati hanno rivelato una riduzione più significativa sulla parassitemia dopo la somministrazione orale di una singola dose di WP Artemisia annua (contenente artemisinina 24 mg/kg) rispetto a una dose paragonabile della droga purificata, probabilmente dovuto all'aumento di 40 volte della biodisponibilità dell’artemisina nel sangue dei topi nutriti con la pianta intera[6]

L’Artemisia come antivirale: in studi recenti, l’artemisina, un composto estratto dall’Artemisia annua, si è di mostrato in grado di inibire un certo numero di virus, compreso l’Herpes simplex 1, e i virus dell’Epatite B e C.
Oltre ad essere principalmente antimalarica, l'artemisinina che può essere estratta dall’Artemisia annua è stata trovata, in numerosi studi, essere efficace contro una vasta gamma di virus, il fungo Pneumocystis jiroveci, protozoi parassiti come il Toxoplasma gondii [7], alcune linee cellulari di cancro umano [8], e altre infezioni parassitarie, come la schistosomiasi [10], leishmaniosi [12], la malattia di Chagas e malattia del sonno africana [13].
Efferth (2007) produsse evidenze sull’attività citotossica (cioè, capace-di-uccidere-le-cellule) e l'attività inibitoria di artemisinina contro le cellule tumorali. Ha anche studiato e identificato i geni che possono essere responsabili della sensibilità dell’eventuale resistenza delle cellule tumorali all'artemisinina [8]. All'inizio del 2006, ha presentato una rassegna completa, concentrandosi sul meccanismo d'azione dell’artemisinina nelle cellule tumorali per quanto riguarda (a) l'induzione dell'apoptosi, o morte cellulare programmata, (b) multifarmaco resistenza, (c) effetti antiproliferativi e antiangiogenici (cioè, inibizione della proliferazioni di nuovi vasi sanguigni), (d) stress ossidativo e (e) oncogeni e geni oncosoppressori [9].
Secondo le relazioni dei centri di Disease Control and Prevention, la leishmaniosi si verifica in aree focali in oltre 90 paesi tropicali e predomina solitamente nelle zone rurali rispetto al contesto urbano. L'infezione è parassitica come sviluppo, essendone la modalità di trasmissione il morso del flebotomo mosche della sabbia, tramite il quale il parassita Leishmania ottiene l’ingresso all'interno dell’ospite [11]. Sen et al. (2007) hanno studiato l'attività anti-leishmaniasi di artemisinina da Artemisia annua sia contro promastigoti (forma replicativa) e amastigoti (forma infettante). Il loro studio ha concluso che, effettivamente, l’artemisinina innesca l'induzione dell'arresto del ciclo cellulare e apoptosi nei promastigoti di Leishmania donovani e che più ricerca dovrebbe essere intrapresa per studiare le proprietà anti-leishmania di artemisinina. Va osservato che l'attività anti-leishmaniasica osservata in questo studio aveva anche un indice di alta sicurezza (maggiore di 22 volte), rendendo artemisinina una buona opzione terapeutica per il trattamento della leishmaniosi [12]. Lo studio di Avery et al. (2003) sull’artemisinina e suoi analoghi aveva pure suggerito gli analoghi dell’artemisinina come potenziali candidati farmaci non solo contro la malaria, ma anche contro la leishmaniosi. In questo studio, l’attività leishmanicida è stata notata a concentrazioni micromolari [14]. 
La malattia di Chagas è una malattia potenzialmente pericolosa, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), causata dal vettore- parassita Trypanosoma cruzi veicolato da cimici ematofaghe [15]. La malattia del sonno africana è un'altra malattia parassitaria trasmessa da vettori. Questa volta, è causata dal Trypanosoma brucei, protozoo trasmesso all'uomo dalla mosca tse-tse (della specie Glossina) [16]. Lo studio di Mishina, Krishna, Haynes, e Meade (2007) ha rivelato che i composti di artemisinina inibiscono la crescita in vitro di culture di Trypanosoma cruzi e Trypanosoma brucei rhodesiense a basse concentrazioni micromolari, suggerendo ulteriori ricerche sull’artemisinina a origine dall’Artemisia annua ed il suo uso potenziale come parte delle opzioni terapeutiche per la malattia di Chagas e la malattia del sonno africana [13].
INGREDIENTI ATTIVI
A parte l’artemisinina, che è il costituente chimico più attivo in Artemisia e responsabile delle sue proprietà farmacologiche, diversi studi indicano che l’estratto crudo di Artemisia comprende in esso altri composti, come i flavonoidi. Alcuni di questi hanno probabilmente la capacità di potenziare l'attività di artemisinina contro la specie di Plasmodium [17].
IN CONCLUSIONE:
Come spesso il mondo vegetale presenta indicazioni molto valide a perseguire su strade meno convenzionali, ma altrettanto efficaci per arrivare a migliorare la cura di molte malattie. Quello che in Artemisia sembra essere molto promettente, è la sua capacità di contrastare alcuni meccanismi che esercitano un ruolo fondamentale nella genesi del cancro e, quindi, un suo potenziale utilizzo nella prevenzione. Inoltre, la cura di molte parassitosi, che infestano il pianeta, soprattutto nelle sue aree più depresse, ove ovviamente i costi dei farmaci esercitano un ruolo non secondario, se affidata a mezzi naturali potrebbe certamente contribuire a debellare piaghe millenarie, con enorme beneficio per le popolazioni residenti.
ARTEMISIA – REFERENZE:
[4] Inhibitory effects of docosyl p-coumarate on DNA topoisomerase activity and human cancer cell growth. Kobe-Gakuin University, Japan, 2010 - http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20811721
[5] http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed?term=Artemisia%20annua%20cancer - 37 scientific studies retrieved by search on 'Artemisia annua' and 'cancer'. (See also - Schaller, James MD. The Use of the Herb Artemisinin for Babesia, Malaria, and Cancer: All the Practical Information You Need to Make Smart Decisions on Artemisinin. )
[6] Elfawal M.A., Towler M.J., Reich N.G., Golenbock D., Weathers P.J., & Rich S.M.(2012). Dried whole plant Artemisia annua as an antimalarial therapy. PLoS One, 7(12): e52746. doi: 10.1371/journal.pone.0052746. Retrieved 14 February 2013 from http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23289055
[7] Weathers et al. (2011). Artemisinin production in Artemisia annua: studies in planta and results of a novel delivery method for treating malaria and other neglected diseases. Phytochemistry Reviews, 10(2): 173-183. Retrieved 14 February 2013, from http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3106422/
[8] Efferth T. (2007). Willmar Schwabe Award 2006: antiplasmodial and antitumor activity of artemisinin--from bench to bedside. Planta Medica, 73(4): 299-309. Retrieved 14 February 2013 from http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17354163/
[9] Efferth T. (2006). Molecular pharmacology and pharmacogenomics of artemisinin and its derivatives in cancer cells. Current Drug Targets, 7(4): 407-421. Retrieved 14 February 2013 from http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16611029
[10] Utzinger J., Xiao S., Keiser J., Chen M., Zheng J., & Tanner M. (2001). Current progress in the development and use of artemether for chemoprophylaxis of major human schistosome parasites. Current Medicinal Chemistry, 8: 1841-1860.
[11] Parasites - Leishmaniasis. Centers for Disease Control and Prevention. Retrieved 14 February 2013 from http://www.cdc.gov/parasites/leishmaniasis/index.html
[12] Sen R., Bandyopadhyay S., Dutta A., Mandal G., Ganguly S., Saha P., & Chatterjee M. (2007). Artemisinin triggers induction of cell-cycle arrest and apoptosis in Leishmania donovani promastigotes. Journal of Medical Microbiology, 56(Pt 9): 1213-1218. Retrieved 14 February 2013 from http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17761485/
[13] Mishina Y.V., Krishna S., Haynes R.K., & Meade J.C. (2007). Artemisinins inhibit Trypanosoma cruzi and Trypanosoma brucei rhodesiense in vitro growth. Antimicrobial Agents and Chemotherapy, 51(5): 1852-1854. Retrieved 14 February 2013 from http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17339374/
[14] Avery M.A., Muraleedharan K.M., Desai P.V., Bandyopadhyaya A.K., Furtado M.M., & Tekwani B.L. (2003). Structure-activity relationships of the antimalarial agent artemisinin. 8. design, synthesis, and CoMFA studies toward the development of artemisinin-based drugs against leishmaniasis and malaria. Journal of Medicinal Chemistry, 46(20): 4244-4258. Retrieved 14 February 2013 from http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/13678403/
[15] Chagas disease. World Health Organization. Retrieved 14 February 2013 from http://www.who.int/topics/chagas_disease/en/
[16] Parasites - African Trypanosomiasis (also known as Sleeping Sickness). Centers for Disease Control and Prevention. Retrieved 14 February 2013 from http://www.cdc.gov/parasites/sleepingsickness/
[17] Phillipson J.D. (2001). Phytochemistry and medicinal plants. Phytochemistry, 56: 237-243. Retrieved 14 February 2013 from http://202.206.48.73/tryw1/xxyd/Phytochemistry%20and%20Medicinal%20Plants.pdf